CRITICA

Trasfigurazioni

Con l’avvento della “rivoluzione digitale” sempre più la Fotografia si sta allontanando dall’idea di strumento per la trascrizione letterale della realtà e si consolida invece la consapevolezza che questo mezzo è ormai (in realtà lo è sempre stato, anche se non tutti se ne rendevano conto) visione personale e quindi “interpretazione” della realtà.

Ora, poi, che la post-produzione si fa addirittura sugli smartphone, per le nuove generazioni è automatico e normale che ogni immagine venga trattata, migliorata o comunque, anche se poco, manipolata.

Nel caso di Enzo Tedeschi la Fotografia è stata da sempre uno strumento fortemente menzognero, nel senso positivo del termine, perché atto a riprodurre realtà solo apparentemente veritiere, ma costruite invece con grande abilità manuale, per raccontarci storie e luoghi che nascevano dalla sua fervida e fantastica creatività.

Quest’ultimo lavoro segna un’ulteriore tappa nel suo percorso artistico e ci mette a confronto con due tematiche, i tronchi e le vigne, che, pur partendo dal reale, ci portano poi, grazie alla sua stupefacente fantasia, nel territorio del fantastico, della trasfigurazione, appunto.

I tronchi che ci presenta sono innanzitutto “sofferenti”: piegati, spezzati, spaccati e comunque mai in perfetta salute e quindi l’atmosfera è triste, la luce soffusa, l’ambientazione rarefatta in una dimensione surreale. Gli interventi personali di Tedeschi (chiodi, bende, tessuti, legacci…) aggiungono fascino e suggeriscono storie immaginarie, rendendo questi tronchi “attori protagonisti” su una scena desolata, con orizzonti nebbiosi.

Con le vigne l’atmosfera che si respira è la medesima ma Tedeschi qui ci mette di fronte a un contrasto, un’espressione duale: fili di ferro che tracciano traiettorie diritte e precise appaiati ad antiche viti contorte, squamate, corpose, sinuose. L’uomo e la sua volontà di guidare e piegare la natura al suo servizio, e la natura che quasi si oppone ed esprime con forza la sua energia vitale. In questa sezione, inoltre, la manipolazione digitale lo aiuta in alcune immagini a combinare tonalità positive e negative, quasi un effetto solarizzazione, che rende la materia legno ancora più affascinante.

Ma alla fine su tutto vince una sensazione: che queste forme vegetali siano diventate esseri con un vissuto antico alle spalle, con un’anima, con storie da raccontare, e che Tedeschi abbia saputo dar loro una possibilità di sopravvivenza, quasi di immortalità, trasportandole nell’universo dell’arte, almeno per qualche altro secolo.

Guido Cecere

SISYPHUS

I “Luoghi non Luoghi” di Enzo Tedeschi si arricchiscono con “Sisyphus” di un nuovo capitolo: le piccole figure che comparivano, sperdute e isolate, nei precedenti paesaggi metafisici, ora si sono sciolte dal torpore contemplativo.

Un febbrile operare le tiene impegnate, ma anche qui, come nei territori del sogno, la razionale linearità e la logica sono bandite; il lavoro e le operazioni a cui assistiamo hanno finalità che a noi sfuggono: immani rulli vengono trascinati da un punto all’altro di lande deserte, rubinetti sovradimensionati attendono manutenzione, ingranaggi e seghe circolari si ergono e incombono sui minuscoli operai.

Tedeschi riesce ancora una volta a coniugare il senso di kafkiana sopraffazione e le cupe visioni dei Paesi dell’Est con le ambientazioni che citano le piazze ferraresi e i paesaggi di De Chirico e Carrà; il risultato è qualcosa di familiare e alieno allo stesso tempo; ogni immagine, progettualmente ed esteticamente appagante, non si esaurisce al primo sguardo, ma lascia una profonda traccia di sé, insieme a un sottile senso di inquietudine: il mondo presentato è opera di pura fantasia oppure (pensiamo ai de-umani di Orwell) non è che metafora della Storia e amara premonizione di ciò che ci attende?

Le immagini, va sottolineato in questo periodo in cui strumenti e tecniche digitali sembrano aver monopolizzato il mercato fotografico e artistico, sono ottenute analogicamente da accurati plastici in scala, che richiedono ore di preparazione e composizione; le atmosfere senza tempo sono rese successivamente da una sapiente stampa in camera oscura che, dosando luce e toni, accentua quel senso di straniamento destinato a spiazzare e incantare lo spettatore.

Lorella Klun

LUOGHI NON LUOGHI 2008

“Il tuo pianeta è così piccolo che in tre passi ne puoi fare il giro. Non hai che da camminare abbastanza lentamente per rimanere sempre al sole. Quando vorrai riposarti camminerai e il giorno durerà finché tu vorrai.”
Il Piccolo Principe, Antoine de Saint-Exupéry

Enzo Tedeschi continua il percorso che lo ha portato a toccare le sponde di una nuova, personale Metafisica, presentandoci dei luoghi che, parafrasando De Chirico “danno l’impressione che altri segni, oltre a quelli già palesi, debbano subentrare nel quadrato della tela.

Tale è il simbolo della profondità abitata. Le sue immagini mostrano paesaggi senza tempo, privi di stabili coordinate geografiche: luoghi della mente in cui le piccole, isolate figure umane si stagliano su fondi desolati, in attesa di qualcosa che forse non accadrà mai.

Alcune, sovrastate da simboli incombenti, sono in silenziosa contemplazione, altre si affaccendano in attività senza scopo apparente, come i personaggi che il Piccolo Principe incontra durante il suo viaggio: il Geografo, l’Uomo del lampione, il Vanitoso, tutti incapaci di guardarsi intorno, di provare empatia, di comunicare, rassegnati e schiacciati da un fato di antica ascendenza.

Le lettere dell’alfabeto che si ergono come monoliti tra dune di sabbia o modulano una nuova Torre di Babele, si caricano così di una potente forza evocativa; attraverso esse l’autore riflette sul potere dei linguaggi, solleva interrogativi sui metodi della comunicazione e, ancora più in fondo, sul concetto di esistenza.

Sappiamo come la fotografia sia in grado di conferire a ciò che viene ripreso la certificazione di autenticità: quel “è stato” così sensibilmente espresso da Roland Barthes, che fa sì che ciò che si vede nella foto sembri tanto sicuro quanto quello che si tocca.

In questo territorio liminale realtà e verità si compenetrano: le costruzioni della mente prendono forma, il bidimensionale acquista corpo, gli edifici, decontestualizzati e fuori scala, perdono la loro funzione originaria, l’uomo è sagoma silente nel deserto. In un’epoca di colonizzazione digitale, le fotografie di Enzo Tedeschi divengono una precisa dichiarazione di intenti: le accurate messe in scena, piccoli plastici che richiedono lunghi interventi di preparazione e assemblaggio, sono riprese con strumenti analogici.

La stampa in camera oscura accentua le atmosfere evocative e conferisce all’autore lo status di homo faber: colui che unisce la téchne al logos e al mythos, capace cioè di progettare, eseguire e realizzare, riconoscendo se stesso nel prodotto ottenuto.

Lorella Klun

FUGGEVOLI VISIONI

Nella fotografia esistono, come in tutte le cose, delle persone che sanno vedere e altre che non sanno nemmeno guardare. (Nadar)

In tutte le opere di Enzo Tedeschi, oltre alla superficie delle cose, pulsano sempre nuove realtà, pronte ad offrirsi solamente a chi sa osservare. L’atto del vedere implica così il varcare una soglia per farsi strada in una dimensione incantata, fatta di sottili inquietudini e piccole rivelazioni.

In Fuggevoli visioni, ultima immaginifica serie dell’autore, la luce è quella lattiginosa e desaturata del sogno, in quel luogo dove le coordinate dello spazio e del tempo non rispondono più alle leggi della veglia, ma seguono i capricci dell’inconscio.

Anche qui, come nei lavori precedenti, le figure si stagliano in paesaggi desolati, dentro i loro bozzoli fatti di piccole attività, ma anche di gioco e di sete di sapere, come dimostrano i libri accatastati tra le zolle, quasi ad assorbire dalla terra la linfa della vera conoscenza.

I paesaggi metafisici e le dune di sabbia hanno però lasciato il posto a terreni e campagne, luoghi dove la terra appare sofferente, resa silente da una bruma che tutto annichilisce; nei campi, sfruttati e restii ad accogliere il respiro della primavera, lo scorrere delle stagioni si identifica solamente attraverso gli antichi gesti dell’uomo: falciare, sarchiare, dissodare, setacciare.

Oppure, come nell’Angelus di Millet, benedire i semi e le zolle, parlare alla terra, pregare stendendo le braccia al cielo affinché il raccolto sia propizio. E poi lasciare che le onde melodiche di un contrabbasso si propaghino come una lunga carezza attraverso la terra brulla, destandola dai suoi torpori e innescando la magia della creazione.

Sotto la lente surreale dell’autore, anche quelli che nelle comunità rurali rappresentano lieti momenti di aggregazione ˗˗ fiere, sagre, celebrazioni per il raccolto ˗˗ perdono i colori della festa.

Dell’animazione paesana non rimane così che un’eco lontana: un solitario Tiro a segno accoglie lo sperduto viandante, mentre la piccola giostra attende nel silenzio dei campi, congelata nel tempo assoluto che avvolge ricordi, speranze e tutta la gamma emozionale di quel gioco chiamato Vita.

Lorella Klun, maggio 2016