CRITICA

Tempus Amplius

La fotografia analogica, pur incalzata dalle frenesie digitali e, più recentemente, anche dai prodotti dell’Intelligenza Artificiale, sa comunque come mantenere intatto il suo fascino, riunendo attorno a sé non solo i decani della camera oscura, ma anche molti appassionati desiderosi di andare oltre allo scatto “mordi e fuggi”.
Enzo Tedeschi, vincitore dell’edizione 2022 del Premio Sergio Scabar, fa parte di un gruppo di fotografi legati alla figura del Maestro, tanto che, ancora oggi, prima di realizzare una serie fotografica o allestire un’esposizione, molti di loro rievocano i tanti dialoghi avuti con lui. “Cosa direbbe Scabar? Che ne penserebbe di questa sequenza di immagini?” sono le domande che ne tengono vivido il ricordo e riconoscono i profondi influssi della sua visione artistica.

Enzo Tedeschi, attivo dalla fine degli anni ’70, ha sempre dimostrato creatività e competenze tecniche: il suo percorso parte da una profonda progettualità, passa per una cura certosina di stampa, per poi concludersi con perfette installazioni.

Dal 2006, in particolare, realizza delle opere nelle quali, oltre alla superficie delle cose, nuove immaginifiche realtà pulsano e si offrono agli occhi di chi guarda: piccoli plastici e composizioni artigianali modulano paesaggi senza tempo percorsi da solitarie figure, sovrastati da lettere dell’alfabeto e numeri incombenti, solcati da meccanismi che sembrano emergere da sogni distopici. Quando poi i luoghi metafisici e le dune di sabbia lasciano il posto alle campagne, luoghi a lui familiari, la cifra surreale permane nella bruma che vela i campi silenti, avvolge il lavoro dell’uomo e perpetua gesti antichi.

“Tempus amplius” rappresenta l’ideale continuazione delle serie precedenti: lasciate momentaneamente da parte le composizioni in studio, l’autore entra in vecchie fabbriche e si inoltra in vecchi depositi di rottami metallici. Ad accoglierlo ci sono parti di macchinari di ogni genere, pezzi di articolati sistemi operativi in attesa di essere smontati, spogliati delle parti destinate ad altro riciclo per essere infine condotti, in un ultimo viaggio, verso la fonderia che li compatterà e – forse – destinerà a nuovi utilizzi.

Il fotografo coglie il senso di abbandono che li avviluppa, si sintonizza su di loro, riflette sul tempo che ne ha dapprima decretato l’inutilità e poi stabilito la scadenza. Poco importa che sia a causa dell’usura, dell’obsolescenza o di una miope modernizzazione: questione di giorni, tutt’al più di settimane e le complesse forme verranno inghiottite e dissolte dal calore di una fornace.

Sono passati i tempi di un salvifico Deus ex machina, eppure Enzo Tedeschi s’interpone al fato, brandendo ancora una volta la spada dell’immaginazione: se non può ripristinare le originarie funzioni, né rimontare i complessi sistemi meccanici, può invece concedere loro un po’ più di tempo.

Lavorare sul Tempo implica pazienza e dedizione: Roland Barthes asseriva che, al di là della bravura e della perizia tecnica, “il fotografo agisce su ciò che fotografa, su quel particolare momento in cui qualunque cosa diventa il massimo valore”; così, attraverso lo sguardo di Enzo Tedeschi, ogni trascurabile ingranaggio ha diritto a ricevere nuova dignità, ogni piccolo assemblaggio può assurgere a protagonista. Incavi, canalette, molle e profilati si liberano dall’originaria gravosità del ferro per rivelarsi quasi con pudore, esibendo con grazia i segni del tornio, la texture di vernici scrostate, le impronte oleose di dadi e bulloni.

In tale processo la luce ha un ruolo determinante: deve avvolgere senza prevalere, rivelare piano le superfici e accarezzare le cose con tonalità velate; in camera oscura, più ancora dell’esperienza, entrano allora in gioco la curiosità e una proficua tenacia, che stimolano l’autore a sperimentare senza fretta, trattando la carta baritata prima con un viraggio al caffè e poi con anilina nera, ammorbidendo i contrasti e ricavando i toni più adatti al tipo di narrazione.

Così, immagine dopo immagine, il racconto si snoda omogeneo, leggero e sinuoso, accompagnando l’osservatore in una dimensione incantata, sospesa nel tempo e nello spazio.

Lorella Klun
Ottobre 2023

Trasfigurazioni

Con l’avvento della “rivoluzione digitale” sempre più la Fotografia si sta allontanando dall’idea di strumento per la trascrizione letterale della realtà e si consolida invece la consapevolezza che questo mezzo è ormai (in realtà lo è sempre stato, anche se non tutti se ne rendevano conto) visione personale e quindi “interpretazione” della realtà.

Ora, poi, che la post-produzione si fa addirittura sugli smartphone, per le nuove generazioni è automatico e normale che ogni immagine venga trattata, migliorata o comunque, anche se poco, manipolata.

Nel caso di Enzo Tedeschi la Fotografia è stata da sempre uno strumento fortemente menzognero, nel senso positivo del termine, perché atto a riprodurre realtà solo apparentemente veritiere, ma costruite invece con grande abilità manuale, per raccontarci storie e luoghi che nascevano dalla sua fervida e fantastica creatività.

Quest’ultimo lavoro segna un’ulteriore tappa nel suo percorso artistico e ci mette a confronto con due tematiche, i tronchi e le vigne, che, pur partendo dal reale, ci portano poi, grazie alla sua stupefacente fantasia, nel territorio del fantastico, della trasfigurazione, appunto.

I tronchi che ci presenta sono innanzitutto “sofferenti”: piegati, spezzati, spaccati e comunque mai in perfetta salute e quindi l’atmosfera è triste, la luce soffusa, l’ambientazione rarefatta in una dimensione surreale. Gli interventi personali di Tedeschi (chiodi, bende, tessuti, legacci…) aggiungono fascino e suggeriscono storie immaginarie, rendendo questi tronchi “attori protagonisti” su una scena desolata, con orizzonti nebbiosi.

Con le vigne l’atmosfera che si respira è la medesima ma Tedeschi qui ci mette di fronte a un contrasto, un’espressione duale: fili di ferro che tracciano traiettorie diritte e precise appaiati ad antiche viti contorte, squamate, corpose, sinuose. L’uomo e la sua volontà di guidare e piegare la natura al suo servizio, e la natura che quasi si oppone ed esprime con forza la sua energia vitale. In questa sezione, inoltre, la manipolazione digitale lo aiuta in alcune immagini a combinare tonalità positive e negative, quasi un effetto solarizzazione, che rende la materia legno ancora più affascinante.

Ma alla fine su tutto vince una sensazione: che queste forme vegetali siano diventate esseri con un vissuto antico alle spalle, con un’anima, con storie da raccontare, e che Tedeschi abbia saputo dar loro una possibilità di sopravvivenza, quasi di immortalità, trasportandole nell’universo dell’arte, almeno per qualche altro secolo.

Guido Cecere

FUGGEVOLI VISIONI

Nella fotografia esistono, come in tutte le cose, delle persone che sanno vedere e altre che non sanno nemmeno guardare. (Nadar)

In tutte le opere di Enzo Tedeschi, oltre alla superficie delle cose, pulsano sempre nuove realtà, pronte ad offrirsi solamente a chi sa osservare. L’atto del vedere implica così il varcare una soglia per farsi strada in una dimensione incantata, fatta di sottili inquietudini e piccole rivelazioni.

In Fuggevoli visioni, ultima immaginifica serie dell’autore, la luce è quella lattiginosa e desaturata del sogno, in quel luogo dove le coordinate dello spazio e del tempo non rispondono più alle leggi della veglia, ma seguono i capricci dell’inconscio.

Anche qui, come nei lavori precedenti, le figure si stagliano in paesaggi desolati, dentro i loro bozzoli fatti di piccole attività, ma anche di gioco e di sete di sapere, come dimostrano i libri accatastati tra le zolle, quasi ad assorbire dalla terra la linfa della vera conoscenza.

I paesaggi metafisici e le dune di sabbia hanno però lasciato il posto a terreni e campagne, luoghi dove la terra appare sofferente, resa silente da una bruma che tutto annichilisce; nei campi, sfruttati e restii ad accogliere il respiro della primavera, lo scorrere delle stagioni si identifica solamente attraverso gli antichi gesti dell’uomo: falciare, sarchiare, dissodare, setacciare.

Oppure, come nell’Angelus di Millet, benedire i semi e le zolle, parlare alla terra, pregare stendendo le braccia al cielo affinché il raccolto sia propizio. E poi lasciare che le onde melodiche di un contrabbasso si propaghino come una lunga carezza attraverso la terra brulla, destandola dai suoi torpori e innescando la magia della creazione.

Sotto la lente surreale dell’autore, anche quelli che nelle comunità rurali rappresentano lieti momenti di aggregazione ˗˗ fiere, sagre, celebrazioni per il raccolto ˗˗ perdono i colori della festa.

Dell’animazione paesana non rimane così che un’eco lontana: un solitario Tiro a segno accoglie lo sperduto viandante, mentre la piccola giostra attende nel silenzio dei campi, congelata nel tempo assoluto che avvolge ricordi, speranze e tutta la gamma emozionale di quel gioco chiamato Vita.

Lorella Klun, maggio 2016

Luoghi non luoghi

Qualche nota introduttiva sulla mostra fotografica di Enzo Tedeschi.

Ogni artista, qualunque sia l’arte praticata, non deve ripetere quello che altri hanno già fatto e, soprattutto, quello che fa non deve farlo male. Può e deve, invece, per onestà verso sé e verso i fruitori delle proprie opere, offrire la testimonianza della propria originalità, come dono di novità al proprio tempo, così da entrare nell’autentica contemporaneità.
Note come queste, preliminari ad ogni rapporto con l’arte, possono valere per disporci ad entrare in dialogo con l’opera fotografica dell’isontino Enzo Tedeschi, che qui si fa testimone di una realtà/irrealtà posta sotto la sigla “LUOGHI NON LUOGHI”.

In questi suoi lavori in ‘bianco e nero’ – il che non significa rigido mantenimento di un linguaggio tradizionale, dato che potrebbe essere forma di resistenza al sempre maggiore potere dominante delle ipertecnologie – l’Artista mostra la sua novità: non nella dimensione della ‘mimesi’, ma in quella, pur vagamente onnicomprensiva, cosiddetta ‘concettuale’, autonomo prodotto creativo della mente.
Potremmo dire che per questa via, forse meno facile da percorrere da parte del fruitore, si possa intendere il lavoro artistico di Tedeschi. E’ autoreferenziale? A parte la possibilità di equivocarne il significato, occorre evitare la presunzione d’intendere la realtà di certi interiori vissuti dell’artista, e, cercando piuttosto di intuire il rapporto dell’Artista col proprio ‘immaginario’, che lo induce a produrre personalissime ‘immagini’ che chiedono di mostrarsi.
C’è, infatti, in ogni artista un personale ‘in exitu’ delle forme che vogliono mostrarsi per essere partecipate, tanto esteticamente quanto culturalmente. Ed, appunto, in modo culturalmente contemporaneo è da leggersi il titolo dato a questa mostra: “LUOGHI NON LUOGHI”.

Possiamo proporre un possibile percorso per l’intelligenza di questa mostra di Enzo Tedeschi, che dall’ideologico-culturale conduca all’estetico, senza dimenticare il riconoscimento della maestria tecnica del suo fare, del ‘da me fatto così”. E questo a partire da ogni figura/fictio qui messa in campo: 1) la presenza di uno ‘spazio’ indefinibile; 2) le ‘geo-metrie’ dai chiari riferimenti simbolici; 3) le ‘lettere’ di un alfabeto da decifrarsi come scrittura ‘altra’, che vive di alfabeti altrettanto simbolici, se non anche esoterici; 4) le inquietanti ‘ombre/’,’figurine’ che potrebbero essere umane, benchè divenute minori o insignificanti.

Certo, oggi, a differenza di quanto figurato in altri secoli, non troviamo niente di umano da esaltare trionfalmente o esibire trionfalisticamente. Ad essere sinceri, tutto oggi appare assai più inquietante. E, forse, un altro dato che emerge da queste foto-grafie riguarda la realtà stessa della ‘luce’, che non va intesa fisicamente come quel bianco che contiene in sé tutti i colori, ma psicologicamente. In queste opere essa rimane scritta come concettualmente ‘grigia’. Un messaggio? Un’indicazione di psicologico habitat (che può essere o non essere quello del fotografo/artista, ma di molti uomini di cui è contemporaneo)? O il tutto diviene un gioco surreale di puro divertissement artistico, per mostrare dove possa arrivare la personale incisività (si tratta pur sempre di ‘incisioni’) creativa?

Ma torniamo ai protagonisti di questa mostra, e consideriamo le ‘lettere’ di questo improbabile alfabeto: non uniformi, ma disposte con una libertà che le vuole alcune diritte, altre oblique, altre in precario equilibrio. E, soprattutto, slegate, ciascuna come monade rinchiusa in sé e non disposta a legarsi con altre a formare parole di senso. Prendiamo ora queste ‘Figurine’ umane, divenute ombre e prendiamo nota di come anch’esse non entrino né in rapporto né in conflitto (anche questo è in-quietante) con le Lettere e con le possibili combinazioni di questo Alfabeto. Forse anche nella nostra contemporaneità sta accadendo qualcosa di simile tra l’uomo e la parola: tra significanti senza significato e significati (soprattutto spirituali) senza un significate che li faccia presenti. Ma, prendendo questa strada potremmo trovarci lontani dal luogo in cui ci troviamo, che è una Mostra di Arte Fotografica. Che, come tale, ci mostra il prodotto di una mente curiosa della propria interiorità, della propria ‘anima’, che non produce emozioni, sentimenti e passioni, ma delle fictio figuranti un generale stato d’animo, che vuole dirsi secondo questo ‘alfabeticare’.

Il ‘dove’, il ‘luogononluogo’ appare asettico; ma di cosa diviene espressione? Ci chiediamo: di una u-topìa, di una dis-topìa, di una a-topìa?
Se per Dante la I era il primo nome dato dall’uomo a Dio, quel Dio che tiene gli spiriti a li ubi (Pd.XXVIII;95), per Tedeschi la I è una lettera come le altre, situata in un ‘dove’ che diviene LUOGHI NON LUOGHI; perciò, a nostra scelta, un’utopia, una distopìa, un’atopìa. Ma ci chiediamo se quanto detto, e in questo modo, sia giustificato e giustificabile, posto in questo enigmatico scenario.

Continuiamo. Tra gli obbliganti riferimenti concettuali vediamo un ‘muro’, una babelica ‘torre’, una ‘spiaggia/deserto’, un ‘albero’ nel deserto, tre ‘sfere’ surreali, degli infruttiferi ‘stecchi’, un’aerea ‘gabbia’, i resti dell”uovo cosmico’, e così via.
Siamo invitati ad interrogarci, a cercare di decodificare tutto questo, districando questioni che chiedono il filo d’Arianna per uscirne. E subito potremmo dire molto su ciascuna di queste simbologie, ma qui non è dato lo spazio per iniziare questo ben interessante lavoro su ciascuna figurazione.

Si potrebbe anche insistere, interrogandoci sulle ragioni del titolo “LUOGHI NON LUOGHI”, riferendolo a quei luoghi-non-luoghi in cui noi oggi siamo costretti a vivere, finendo per chiederci se tutto questo ci vada portando dentro o fuori della Storia. E’ anche da questo punto di vista che la mostra di Tedeschi può essere intesa come ‘storica’, mostrando a noi i segni di una ben riconoscibile, e per certi aspetti inquietante contemporaneità.

Vittorio Cozzoli

LUOGHI NON LUOGHI 2008

“Il tuo pianeta è così piccolo che in tre passi ne puoi fare il giro. Non hai che da camminare abbastanza lentamente per rimanere sempre al sole. Quando vorrai riposarti camminerai e il giorno durerà finché tu vorrai.”
Il Piccolo Principe, Antoine de Saint-Exupéry

Enzo Tedeschi continua il percorso che lo ha portato a toccare le sponde di una nuova, personale Metafisica, presentandoci dei luoghi che, parafrasando De Chirico “danno l’impressione che altri segni, oltre a quelli già palesi, debbano subentrare nel quadrato della tela.

Tale è il simbolo della profondità abitata. Le sue immagini mostrano paesaggi senza tempo, privi di stabili coordinate geografiche: luoghi della mente in cui le piccole, isolate figure umane si stagliano su fondi desolati, in attesa di qualcosa che forse non accadrà mai.

Alcune, sovrastate da simboli incombenti, sono in silenziosa contemplazione, altre si affaccendano in attività senza scopo apparente, come i personaggi che il Piccolo Principe incontra durante il suo viaggio: il Geografo, l’Uomo del lampione, il Vanitoso, tutti incapaci di guardarsi intorno, di provare empatia, di comunicare, rassegnati e schiacciati da un fato di antica ascendenza.

Le lettere dell’alfabeto che si ergono come monoliti tra dune di sabbia o modulano una nuova Torre di Babele, si caricano così di una potente forza evocativa; attraverso esse l’autore riflette sul potere dei linguaggi, solleva interrogativi sui metodi della comunicazione e, ancora più in fondo, sul concetto di esistenza.

Sappiamo come la fotografia sia in grado di conferire a ciò che viene ripreso la certificazione di autenticità: quel “è stato” così sensibilmente espresso da Roland Barthes, che fa sì che ciò che si vede nella foto sembri tanto sicuro quanto quello che si tocca.

In questo territorio liminale realtà e verità si compenetrano: le costruzioni della mente prendono forma, il bidimensionale acquista corpo, gli edifici, decontestualizzati e fuori scala, perdono la loro funzione originaria, l’uomo è sagoma silente nel deserto. In un’epoca di colonizzazione digitale, le fotografie di Enzo Tedeschi divengono una precisa dichiarazione di intenti: le accurate messe in scena, piccoli plastici che richiedono lunghi interventi di preparazione e assemblaggio, sono riprese con strumenti analogici.

La stampa in camera oscura accentua le atmosfere evocative e conferisce all’autore lo status di homo faber: colui che unisce la téchne al logos e al mythos, capace cioè di progettare, eseguire e realizzare, riconoscendo se stesso nel prodotto ottenuto.

Lorella Klun

SISYPHUS

I “Luoghi non Luoghi” di Enzo Tedeschi si arricchiscono con “Sisyphus” di un nuovo capitolo: le piccole figure che comparivano, sperdute e isolate, nei precedenti paesaggi metafisici, ora si sono sciolte dal torpore contemplativo.

Un febbrile operare le tiene impegnate, ma anche qui, come nei territori del sogno, la razionale linearità e la logica sono bandite; il lavoro e le operazioni a cui assistiamo hanno finalità che a noi sfuggono: immani rulli vengono trascinati da un punto all’altro di lande deserte, rubinetti sovradimensionati attendono manutenzione, ingranaggi e seghe circolari si ergono e incombono sui minuscoli operai.

Tedeschi riesce ancora una volta a coniugare il senso di kafkiana sopraffazione e le cupe visioni dei Paesi dell’Est con le ambientazioni che citano le piazze ferraresi e i paesaggi di De Chirico e Carrà; il risultato è qualcosa di familiare e alieno allo stesso tempo; ogni immagine, progettualmente ed esteticamente appagante, non si esaurisce al primo sguardo, ma lascia una profonda traccia di sé, insieme a un sottile senso di inquietudine: il mondo presentato è opera di pura fantasia oppure (pensiamo ai de-umani di Orwell) non è che metafora della Storia e amara premonizione di ciò che ci attende?

Le immagini, va sottolineato in questo periodo in cui strumenti e tecniche digitali sembrano aver monopolizzato il mercato fotografico e artistico, sono ottenute analogicamente da accurati plastici in scala, che richiedono ore di preparazione e composizione; le atmosfere senza tempo sono rese successivamente da una sapiente stampa in camera oscura che, dosando luce e toni, accentua quel senso di straniamento destinato a spiazzare e incantare lo spettatore.

Lorella Klun