SISYPHUS
 
I "Luoghi non Luoghi" di Enzo Tedeschi si arricchiscono con "Sisyphus" di un nuovo capitolo: le piccole figure che comparivano, sperdute e isolate, nei precedenti paesaggi metafisici, ora si sono sciolte dal torpore contemplativo. Un febbrile operare le tiene impegnate, ma anche qui, come nei territori del sogno, la razionale linearità e la logica sono bandite; il lavoro e le operazioni a cui assistiamo hanno finalità che a noi sfuggono: immani rulli vengono trascinati da un punto all’altro di lande deserte, rubinetti sovradimensionati attendono manutenzione, ingranaggi e seghe circolari si ergono e incombono sui minuscoli operai. Tedeschi riesce ancora una volta a coniugare il senso di kafkiana sopraffazione e le cupe visioni dei Paesi dell’Est con le ambientazioni che citano le piazze ferraresi e i paesaggi di De Chirico e Carrà; il risultato è qualcosa di familiare e alieno allo stesso tempo; ogni immagine, progettualmente ed esteticamente appagante, non si esaurisce al primo sguardo, ma lascia una profonda traccia di sé, insieme a un sottile senso di inquietudine: il mondo presentato è opera di pura fantasia oppure (pensiamo ai de-umani di Orwell) non è che metafora della Storia e amara premonizione di ciò che ci attende? Le immagini, va sottolineato in questo periodo in cui strumenti e tecniche digitali sembrano aver monopolizzato il mercato fotografico e artistico, sono ottenute analogicamente da accurati plastici in scala, che richiedono ore di preparazione e composizione; le atmosfere senza tempo sono rese successivamente da una sapiente stampa in camera oscura che, dosando luce e toni, accentua quel senso di straniamento destinato a spiazzare e incantare lo spettatore.
 
Lorella Klun