FUGGEVOLI VISIONI
 
Nella fotografia esistono, come in tutte le cose, delle persone che sanno vedere e altre che non sanno nemmeno guardare. (Nadar)
 
In tutte le opere di Enzo Tedeschi, oltre alla superficie delle cose, pulsano sempre nuove realtà, pronte ad offrirsi solamente a chi sa osservare. L'atto del vedere implica così il varcare una soglia per farsi strada in una dimensione incantata, fatta di sottili inquietudini e piccole rivelazioni.
In Fuggevoli visioni, ultima immaginifica serie dell'autore, la luce è quella lattiginosa e desaturata del sogno, in quel luogo dove le coordinate dello spazio e del tempo non rispondono più alle leggi della veglia, ma seguono i capricci dell'inconscio.
Anche qui, come nei lavori precedenti, le figure si stagliano in paesaggi desolati, dentro i loro bozzoli fatti di piccole attività, ma anche di gioco e di sete di sapere, come dimostrano i libri accatastati tra le zolle, quasi ad assorbire dalla terra la linfa della vera conoscenza. I paesaggi metafisici e le dune di sabbia hanno però lasciato il posto a terreni e campagne, luoghi dove la terra appare sofferente, resa silente da una bruma che tutto annichilisce; nei campi, sfruttati e restii ad accogliere il respiro della primavera, lo scorrere delle stagioni si identifica solamente attraverso gli antichi gesti dell'uomo: falciare, sarchiare, dissodare, setacciare. Oppure, come nell'Angelus di Millet, benedire i semi e le zolle, parlare alla terra, pregare stendendo le braccia al cielo affinché il raccolto sia propizio. E poi lasciare che le onde melodiche di un contrabbasso si propaghino come una lunga carezza attraverso la terra brulla, destandola dai suoi torpori e innescando la magia della creazione.
Sotto la lente surreale dell'autore, anche quelli che nelle comunità rurali rappresentano lieti momenti di aggregazione ˗˗ fiere, sagre, celebrazioni per il raccolto ˗˗ perdono i colori della festa. Dell’animazione paesana non rimane così che un'eco lontana: un solitario Tiro a segno accoglie lo sperduto viandante, mentre la piccola giostra attende nel silenzio dei campi, congelata nel tempo assoluto che avvolge ricordi, speranze e tutta la gamma emozionale di quel gioco chiamato Vita.
 
Lorella Klun, maggio 2016